Una breve descrizione su una problematica molto spesso considerata di secondo piano, quella delle microplastiche.

È stato calcolato che ogni anno nel solo mar mediterraneo vengono sversate circa 229 mila tonnellate di plastica, di cui il 6 % è costituito da Microplastiche.

Ma di preciso cosa sono?

Piccole particelle di materiale polimerico, più piccole di un millimetro e che possono arrivare a livelli micrometrici. Le microplastiche provengono da diverse fonti; se ne trovano in maniera massiccia in prodotti come cosmetici, articoli per l’igiene personale e per la casa, materiali edili, negli scarichi delle industrie e in agricoltura; i prodotti di plastica nel mare invece subiscono la fotodegradazione cioè la suddivisione in frazioni sempre più piccole dei polimeri tramite la luce e il calore del sole.

Le microplastiche sono particolarmente pericolose per l’ambiente marino poiché grazie alla sua elevata resistenza la plastica non si decompone e si accumula nei tessuti di molti organismi, soprattutto in quelli che si nutrono di plancton scambiandolo spesso per esso. Con ciò la microplastica risale la catena alimentare arrivando sulla nostra tavola nei pesci predatori come ad esempio il tonno.  Per dare un’idea dell’entità della problematica basti immaginare a quanta microplastica venga rilasciata dalla Great Pacific garbage patch (in Italiano “grande chiazza di immondizia del Pacifico”), un accumulo di rifiuti galleggianti la cui area stimata oscilla tra la superfice della penisola iberica e quella degli stati uniti.

C’è anche da dire che molto spesso ci si sofferma solo sull’ambiente acquatico quando in realtà le microplastiche sono ormai diffuse anche sulla terra ferma, non è un caso che sono state trovate tracce in confezioni di miele e birra, senza considerare che alcuni mangimi per suini e pollame sono prodotti con pesci di taglia piccola che possono aver ingerito microplastiche.

L’EFSA, l’agenzia europea sulla sicurezza alimentare ha il compito di indagare sugli effetti generati nell’organismo umano, parallelamente l’ECHA, l’agenzia europea sui prodotti chimici, ha proposto alla commissione europea di bandire dal commercio europeo tutti gli articoli contenenti microplastiche. È in corso la realizzazione di una bozza basata su questa richiesta.

La difficoltà principale della problematica è la raccolta del materiale, avendo una taglia molto piccola non è facile catturarne quantità consistenti. Molte ricerche su questo campo sono in fase di sviluppo, vanno da reti a strascico che catturano selettivamente la microplastica a batteri in grado di accumulare e dissolvere i polimeri. Recentemente è stata scoperta una flora batterica presente nell’apparato digerente dei bovini che sembra portare a termine proprio questo compito.

In generale, l’analisi della microplastica consiste in due fasi: caratterizzazione fisica delle plastiche (ad esempio, microscopia) seguita da caratterizzazione chimica (ad esempio, spettroscopia) per la conferma della tipologia plastica.

La microscopia è un metodo di identificazione ampiamente utilizzato per le microplastiche le cui dimensioni cadono nell’intervallo di centinaia di micron. Le immagini ingrandite utilizzando la microscopia forniscono una trama superficiale dettagliata e informazioni strutturali sugli oggetti, dati essenziali per identificare particelle ambigue simili alla plastica. Sebbene la maggior parte delle particelle di questo intervallo di dimensioni siano solitamente identificabili per microscopia, le particelle di dimensioni inferiori ai cento micron (<100 μm) senza colore o forma tipica sono difficili da caratterizzare con sicurezza come plastiche. La microscopia elettronica a scansione (SEM) può fornire immagini estremamente chiare e ad alto ingrandimento di particelle simili alla plastica. Le immagini ad alta risoluzione della consistenza superficiale delle particelle facilitano la discriminazione delle microplastiche dalle particelle organiche. Ulteriori analisi con spettroscopia a raggi X a dispersione di energia (EDS) forniscono la composizione elementare dello stesso oggetto. La composizione elementare delle particelle è utile per identificare le plastiche dominanti in carbonio da particelle inorganiche. La spettroscopia FTIR fornisce informazioni sui legami chimici specifici delle particelle. I polimeri a base di carbonio sono facilmente identificabili con questo metodo e diverse composizioni di legame producono spettri unici che discriminano le plastiche da altre particelle organiche e inorganiche. La spettroscopia Raman è stata utilizzata anche per identificare le microplastiche, il raggio laser che cade su un oggetto si traduce in diverse frequenze di luce retrodispersa a seconda della struttura molecolare e degli atomi presenti, che producono uno spettro unico per ogni polimero.

Sicuramente leggi più stringenti limiteranno molto presto la diffusione di microplastiche a livello commerciale ma il focus del prossimo futuro dovrà necessariamente essere quello di ridurne l’accumulo in tutta la biosfera prima che si raggiungano conseguenze irreversibili.

 

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