L’acido perfluoroottansulfonico (PFOS) e l’acido perfluoroottanoico PFOA appartengono alla famiglia delle sostanze organiche perfluoroalchiliche (PFAS), sono composti chimici prodotti dall’uomo e sono caratterizzati da un elevata stabilità chimica.

Tali sostanze venivano usate nell’incisione del vetro, come schiuma negli estintori, come rivestimento impermeabilizzante per tessuti, pellame, carta e nella cera per pavimenti conferendo alle superfici trattate proprietà di oleorepellenza e idrofobicità. PFOA e PFOS sono composti persistenti, ossia in grado di mantenere inalterata la loro struttura chimica nel tempo dimostrando un enorme capacità a bio-accumularsi una volta sversati nell’ambiente. Pertanto moltissime aziende hanno deciso di cambiare i processi di produzione per ridurre l’uso e la diffusione di queste sostanze organiche.

Le possibili vie di esposizione possono essere molteplici: attraverso l’ingestione di acqua potabile e alimenti contaminati (solitamente pesce e frutti di mare) e l’inalazione di aria. Nell’organismo umano l’accumulo avviene principalmente nel sangue e nel fegato. L’esposizione ai due composti è associata ad un aumento di livelli di colesterolo nel sangue, di acido urico e ad un aumento della pressione. Inoltre, l’esposizione a tali sostanze provocherebbe l’alterazione del sistema endocrino inducendo disturbi dello sviluppo della riproduzione, oltretutto da alcuni esperimenti di laboratorio realizzati su ratti è emerso che questi due composti possono favorire l’insorgenza del cancro.

In Italia è nota la vicenda della Miteni di Trissino, Veneto; nel 2013 il Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) e il ministero dell’Ambiente fecero una ricerca su potenziali inquinanti «emergenti» nei principali bacini fluviali italiani: lo studio rivelò la presenza di PFAS in acque sotterranee, superficiali e potabili, e un inquinamento elevato di queste sostanze nelle province di Vicenza, Padova e Verona.

Per quanto riguarda il PFOS, il gruppo di esperti scientifici dell’EFSA ha fissato una TDI pari a 150 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno, mentre per il PFOA, una TDI pari a 1,5 microgrammi (1500 nanogrammi) per chilogrammo di peso corporeo al giorno.

La task-force scientifica ha sottolineato inoltre la necessità di realizzare ulteriori studi e di raccogliere dati aggiuntivi sulla presenza di PFOS/PFOA negli alimenti e nei mangimi, in modo che sia possibile valutarne il contributo all’esposizione umana attraverso l’alimentazione. Sono necessari ulteriori dati su PFOS, PFOA e su altri composti perfluoro-alchilati (PFAS) soprattutto per monitorare l’andamento dell’esposizione.

 Il nostro laboratorio certificato ACCREDIA svolge analisi sui PFOS e PFOA tramite ultimissime strumentazioni come l’HPLC-MSMS, in grado di rilevare tracce infinitesimali di questi composti, vale a dire 1-10 parti su miliardo.

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